L'Aquila, va in pensione Romolo Como:
con il magistrato gentiluomo si chiude un'epoca

di Angelo De Nicola
L'AQUILA - Sarà per quel suo passato da giornalista o per il dono di un carattere dalla calma invidiabile, ma per chi ha avuto a che fare con la giustizia, all'Aquila, Romolo Como ha sempre rappresentato un modello. Per i colleghi magistrati, per gli avvocati, per il personale delle cancellerie, per i giornalisti di cronaca giudiziaria e persino per gli imputati. Se c'è un giudice a Berlino, ebbene quello era il dottor Como.
Il pensionamento del giudice Como (oggi Avvocato Generale della Procura generale), dunque, rappresenta una perdita incolmabile. Finisce un'epoca per il palazzo di giustizia di via XX settembre che il giovanisimo Romolo, figlio d'arte (suo padre era apprezzato cancelliere) aveva visto nascere. Fino a ospitare, per legittima suspicione, il processo del secolo (l'altro) per la strage del Vajont che Como, studente di Giurisprudenza con la passione per il giornalismo e in particolare quello giudiziario, seguirà per le colonne del Messaggero. L'ormai mitica foto (pubblicata qui sopra) ne è la testimonianza.

Dopo la laurea, lasciate le fumose stanze della redazione del giornale, Como intraprende la carriera di magistrato che farà tutta, tranne il primo incarico in Veneto, dentro il palazzo di giustizia aquilano. Finendo con l'occuparsi di tutte le più grandi questioni, dallo Scandalo Pop che portò, con la sua firma di Gip, al clamoroso arresto dell'intera Giunta regionale, al caso Perruzza, dal caso Parolisi a quello della discarica di Bussi, fino a quella della Commissione grandi rischi. Dove, avocò l'azione penale e, emergendo forse l'aquilano ferito sul giudice, ebbe parole di fuoco contro le difese degli imputati: «La penso un po' all'antica ma certi termini che ho sentito sulla sentenza sono inaccettabili: sentenza raccapricciante, squinternata, non potrebbe leggere giudizio di legittimità in Cassazione».

Così come, in un suo intervento per l'inaugurazione dell'anno giudiziario, si è scagliato contro la prescrizione definendola «un vero scandalo per la giustizia italiana» e «un ingiustificato vantaggio per gli imputati più furbi e più abbienti». E sempre con un occhio sereno sui giornalisti: «Se il giornalista ha acquisito una determinata notizia che è di interesse generale, non particolare ovviamente, ha tutto il dovere di pubblicarla». Un giudice. Un galantuomo.

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Martedì 11 Luglio 2017 - Ultimo aggiornamento: 14:37
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