Livorno, la cocaina della 'ndrangheta al porto: 134 chili sequestrati e 10 arresti

Dieci arrestati (cinque in carcere e cinque ai domiciliari) e due misure interdittive e oltre 134 kg di cocaina sequestrata nell'inchiesta che ha portato ad una operazione contro il traffico internazionale di droga tra la Toscana e il Sudamerica, condotta dal nucleo investigativo dei carabinieri di Livorno e dal nucleo polizia tributaria della Guardia di finanza di Pisa. Le indagini sono collegate a quelle sull'omicidio di Giuseppe Raucci, il 48enne trovato morto il 10 dicembre 2015 a Ginestra Fiorentina. È stata individuata e smantellata un'organizzazione criminale al soldo della 'ndrangheta in Toscana, con una vasta operazione che ha interessato le provincie di Vibo Valentia, Prato, Pistoia, Firenze e Livorno. L'operazione ha consentito di individuare e disarticolare, tra le province di Firenze, Livorno, Prato e Pistoia una organizzazione criminale calabro-labronica.

L'indagine, denominata operazione «Akuarius 2», è nata dall'esecuzione delle ordinanze di custodia cautelare del giugno 2016 a conclusione dell'operazione «Akuarius» che aveva portato in carcere, tra gli altri, i responsabili dell'omicidio di Giuseppe Raucci, avvenuto a Tirrenia (Pisa) il 9 dicembre 2015, e la cui salma venne poi rinvenuta la mattina del giorno successivo in un parcheggio antistante l'uscita della superstrada Firenze-Pisa-Livorno, in località Ginestra Fiorentina. All'indomani dell'esecuzione delle ordinanze, l'attenzione della Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze, che ha coordinato le indagini svolte dai carabinieri del nucleo investigativo di Livorno e dal nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Pisa, si è concentrata su uno dei destinatari dei provvedimenti cautelari, finito in carcere ma all'epoca delle indagini iniziali sottoposto al regime degli arresti domiciliari: Riccardo Del Vivo, 68 anni, residente a Livorno. Lo sviluppo dell'attività investigativa ha accertato la presenza di una stabile organizzazione criminale, con sede a Livorno, denominata gruppo «I Pesci», da cui prende il nome l'operazione «Akuarius», con il ruolo di gestire il malaffare nell'ambito del porto di Livorno.

L'organizzazione si occupava di tutta la parte logistica ed organizzativa delle importazioni di sostanza stupefacente imbarcata su navi provenienti dal Sud America, provvedendo, con la partecipazione di personale portuale, tra cui alcune guardie giurate, di far uscire fuori dagli spazi doganali la droga, senza particolari intoppi. Gli inquirenti sospettavano che a capo dell'organizzazione ci fosse Riccardo Del Vivo, sottoposto agli arresti domiciliari nell'ambito dell'operazione «Akuarius 1» che, per la sua caratura delinquenziale, era l'unico in grado di interloquire, da pari, con i rappresentanti delle cosche calabresi in Toscana. Le indagini hanno poi permesso di accertare che lo stesso Riccardo Del Vivo era al soldo delle cosche di Reggio Calabria, pagato mensilmente 20.000 euro, allo scopo di mettere a disposizione la propria organizzazione, pronta ad entrare in azione, appena un nuovo carico di cocaina fosse entrato in darsena a Livorno, con il compito di recuperare il carico di droga dal container sbarcato a Livorno e farlo poi uscire dal porto labronico.

Al pagamento mensile si aggiungeva una percentuale del 5% della sostanza stupefacente recuperata. Nell'ultima importazione illegale la droga destinata all'organizzazione labronica sarebbe stata di circa 7 kg, per un controvalore di mercato pari a 245.000 euro. Le investigazioni tecniche, eseguite in collaborazione con personale della Sezione Mezzi Tecnici della Direzione Centrale Servizi Antidroga, hanno permesso alla polizia giudiziaria di monitorare costantemente le comunicazioni e gli spostamenti dell'indagato. Da subito i filmati delle telecamere posizionate da Guardia di Finanza e carabinieri, nei pressi dell'abitazione dell'indagato hanno permesso di monitorare numerosi incontri che l'uomo aveva giornalmente con i componenti dell'organizzazione «I Pesci», la cui sede principale era in un locale di via della Passata a Livorno.

La svolta dell'indagine è arrivata quando sono stati monitorati gli incontri che il "capo" aveva avuto con alcuni soggetti, che poi sono stati identificati, come i rappresentanti delle cosche di 'ndrangheta in Toscana, presso il cimitero dei Lupi di Livorno. Incontri in stile mafioso, fatti tra le tombe del cimitero, passeggiando tra le lapidi, lontani da occhi ed orecchie indiscrete, dove però gli investigatori dell'Arma e delle Fiamme Gialle erano lì a filmare e monitorare il tutto. È stato a fine luglio 2016 che è entra prepotentemente in gioco la figura di uno 'ndranghetista, Domenico Lentini, rappresentante in Toscana della cosca Piromalli- Molè: è lui con un suo collaboratore che il 'capò dei «Pesci», incontrava tra le lapidi del cimitero dei Lupi; incontro finalizzato ad organizzare l'importazione di un grosso quantitativo di cocaina dal Sudamerica.

Ed è qui, presso il cimitero, che in pieno stile mafioso gli investigatori hanno visto il passaggio del pizzino con il numero del container carico di droga. Da quel momento e nei tre mesi prima dell'arrivo della nave "Erato", il capo dei «Pesci» si attiva per organizzare il recupero e la fuoriuscita della droga celata nel container imbarcato in un porto del Sudamerica. Per poter realizzare il disegno criminale, il container verrà posato sul piazzale della Darsena Toscana, in modo tale da poter eludere tutti i controlli ed evitare i rischi al momento in cui verrà consegnato nelle mani della 'ndrangheta, perché questo è il compito per il quale l'organizzazione criminale dei 'Pescì viene retribuita dai committenti con una cospicua percentuale del valore del carico recuperato.

Insieme ai suoi più stretti collaboratori, Riccardo Del Vivo analizza la situazione e struttura un piano, assegnando i ruoli a ciascun consociato, munendosi del materiale necessario, quali telefoni 'verginì con intestatari fittizi, autovetture 'pulitè e individuando i complici all'interno del porto che dovevano intercettare il container e posizionarlo sul piazzale nel luogo e nella posizione più idonea ad agevolarne l'individuazione e l'apertura da parte degli addetti alla fase operativa per il recupero dello stupefacente.

Riccardo Del Vivo poteva contare su di una fitta rete di conoscenze e di relazioni nell'ambiente portuale i quali, dietro idoneo compenso, operavano all'interno del piazzale seguendo le indicazioni che lo stesso gli procurava per il tramite dei suoi consociati, anch'essi impiegati in porto. Una volta individuata la droga per assicurarne il libero passaggio, attraverso il varco presidiato in ore notturne dai soli vigili giurati, veniva atteso il turno di due 'infedelì i quali, dietro lauto compenso, garantivano il transito dell'autovettura utilizzata dal commando per introdursi nel porto, prelevare la sostanza stupefacente ed uscire senza alcun controllo.

Il 10 settembre scorso tutto era pronto e gli inquirenti ne hanno avuto la certezza a seguito della captazione di un messaggio in codice mandato dai «Pesci» ai calabresi: «se autorizzate ad andare, dove te la porto la bimba?» «Io non ho dubbi, ho solo certezze fratello, dimmi dove ti porto la bimba». I tre criminali della banda «Pesci» partono da via della Bassata in direzione della darsena e una volta entrati nel piazzale a bordo di una piccola utilitaria, monitorata dai militari mediante localizzatore satellitare, si portano nella zona indicata loro dai complici portuali e individuano il container riportante la sigla identificativa scritta sul 'pizzinò consegnato a mano a Riccardo Del Vivo dallo 'ndranghetista. Dopo aver violato il sigillo apposto sulle porte del container i malviventi sono usciti senza essere controllati dai loro complici di guardia al varco, ignari però di essere osservati dai militari della due forze di polizia, mimetizzati nell'ambiente circostante.

Una volta usciti dal porto, nei pressi dell'abitazione del capo Riccardo Del Vivo (dove la droga, secondo i piani dell'organizzazione, doveva essere sorvegliata con due uomini armati) finanzieri e carabinieri sono intervenuti arrestando i tre uomini a bordo della vettura, sequestrando loro i 134 kg di cocaina trasportati nel bagagliaio, droga suddivisa in 120 panetti, contenuti in 5 grossi zaini. I panetti, una volta immessi sul mercato, avrebbero fruttato all'organizzazione 'ndranghetista, una cifra pari a circa 5.000.000 di euro. Le successive indagini hanno consentito agli investigatori di individuare tutti gli appartenenti al gruppo «Pesci», nonché di attribuire il ruolo svolto da ciascuno nell'organizzazione. Al termine dell'indagine, il gip presso il Tribunale di Firenze ha emesso un'ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 12 indagati per traffico internazionale di droga.
Luned├Č 20 Marzo 2017 - Ultimo aggiornamento: 18:20

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