Se il cedimento a Ponte Milvio diventa metafora dell'immobilismo

di Paolo Graldi
Ponte Milvio, palazzina pericolante: traffico deviato, ingorghi a tutte le ore, zona strangolata dai divieti, cittadini furenti per le code infinite, commercianti furiosi per i mancati guadagni (40 per cento). Il passare dei mesi, l'arrivo dell'inverno pieno, l'assenza di soluzioni alle viste, i conflitti tra gli ex inquilini e il Comune su chi deve pagare la demolizione dell'immobile che si regge per puro miracolo: il quadro della situazione è anche una sorta di metafora dell'immobilismo capitolino, un quadretto della colpevole staticità e della mancanza assoluta di capacità operativa, dell'esigenza di rimuovere in tempi ragionevoli (!) un problema che s'allarga a macchia d'olio coinvolgendo la vita, le abitudini, la qualità della vita stessa di centinaia di migliaia di cittadini.

Tutto è fermo, immobile, come un fotogramma fisso. Una Volante della Polizia, due uomini per quattro turni più un'auto dei vigili urbani, quattro turni di sei ore, una squadra di vigili del fuoco a sorvegliare il rudere svuotato, pericolante ma ancora in piedi. Tutto ciò costa, costa molto e non risolve nulla. Polizia e vigili terranno pure lontano gli improbabili sciacalli e i curiosi che vorrebbero vedere il mostro da vicino, i vigili del fuoco restano allertati in caso di altre scosse e tuttavia il problema alla radice, si dovrebbe dire dalle fondamenta, rimane intatto a dispetto delle settimane che passano e la rabbia si fa tangibile. Le proteste sono state assorbite dal silenzio e dalla noncuranza degli uffici comunali, il sindaco Raggi ha fatto una visitina il giorno dopo il crollo e poi più nulla. Domanda: ma che cosa deve ancora accadere per abbattere un edificio inagibile, pericolante, irrecuperabile? O, come dice il sindaco, Roma è fatta di macerie e tanto vale che resti così?

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Sabato 17 Dicembre 2016 - Ultimo aggiornamento: 10:48

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