Dalla cometa Rosetta alla missione Osiris Rex: il terzo italiano nel team scientifico della Nasa è Maurizio Pajola

Una ricostruzione artistica della sonda Osiris Rex della Nasa
di Enzo Vitale
Non c'è due senza tre, e il tre ha un nome e cognome: Maurizio Pajola. La Nasa chiama  l'Italia, e il nostro Paese risponde mettendo a disposizione dell'ente spaziale americano un altro giovane e valente ricercatore.
Dopo una selezione a cui hanno partecipato scienziati di tutto il mondo, a “vincere” il contest è stato proprio il progetto del nostro giovane studioso che, a partire da ora, farà parte del team (oltre ad altri due italiani) dell'ambiziosa missione Osiris Rex (Origins Spectral Interpretation Resource Identification Security Regolith Explorer), la sonda Nasa che ha per obiettivo l'asteroide Bennu. Il progetto si prefigge lo scopo di prelevare alcuni frammenti di roccia vecchi di 4,5 miliardi di anni, l'epoca in cui il nostro pianeta si stava ancora formando, e di riportarli sulla Terra. Cocci spaziali del remoto asteroide che potrebbero dare indicazioni sull'origine dei pianeti del sistema solare e della vita stessa.
Pajola, dunque, farà parte del team che per primo ipotizzerà anche il primo passo per lo sfruttamento minerario di questi oggetti e una conoscenza più approfondita degli asteroidi in generale.

PAROLA A MAURIZIO PAJOLA
«Il mio ruolo riguarderà l’identificazione di tutti i massi sulla superficie di Bennu, l’analisi scientifica delle distribuzioni in dimensioni di questi, e la partecipazione nell’aspetto fondamentale della missione: l’identificazione del miglior sito sull’asteroide. Parteciperò anche alla realizzazione di mappe geologiche della sua superficie e al suo studio mineralogico». Poi Pajola ricorda la sua esperienza per ciò che riguarda la missione Rosetta. «Dopo aver identificato tutti i massi sulla superficie cometaria e averne studiato il loro potenziale scientifico ed ingegneristico, ora tutta questa esperienza accumulata potrò applicarla su Bennu portando sempre con me la missione scientifica che più mi ha dato finora nella mia carriera da ricercatore: Rosetta, appunto».

(Il ricercatore dell'Inaf Maurizio Pajola)

IL PROGETTO DELL'ITALIANO PER LA NASA
Fatta salva la questione che Osiris Rex non si poserà sulla superficie di Bennu, ma preleverà i campioni attraverso un braccio robotico, il compito di Pajola è quello di lavorare all'occhio della sonda, uno strumento composto dalla PolyCam, una fotocamera associata ad un telescopio che servirà all'acquisizione sia delle immagini nella fase di avvicinamento sia per quelle ad altissima risoluzione una volta in orbita. L'altro sottostrumento è il cosiddetto MapCam , una macchina che ha l'obiettivo di individuare eventuali piccoli corpi vicini a Bennu o fenomeni di degassificazione dalla superficie ma, soprattutto, servirà a disegnare una mappa della superficie del misterioso asteroide. Infine, ultimo aggeggio che compone l'Ocams, l'occhio di cui si parlava all'inizio, è il SamCam, una specie di videoregistratore che ha il compito di immortalare le fasi del recupero dei campioni dalla superficie dell'asteroide. OLtre a Pajola, gli altri due italiani che fanno parte della missione sono Elisabetta Dotto e John Robert Brucato, rispettivamente dell’Inaf di Roma e Firenze.

LA MISSIONE IN PILLOLE
La sonda è stata lanciata da Cape Canaveral il 9 settembre del 2016 ed è la terza missione della Nasa del progetto New Frontiers. Segue il ruolino di marcia iniziato con New Horizons (Plutone) e poi  Juno (Giove). La sonda della Nasa incontrerà l'asteroide 101955, meglio conosciuto come Bennu, nel dicembre di quest'anno. Dopo averlo accompagnato per circa 2 anni, nel 2020, si avvicinerà ad una distanza tale da permettere a un braccio robotico di prelevare campioni del suolo dell'asteroide in poco meno di 5 secondi. Il rientro sulla Terra è previsto nel settembre del 2023 con il prezioso carico stivato a bordo. Scopo della missione anche quello di monitorare e misurare il cosiddetto effetto Yorp, quei fattori che  influscono sulla velocità di rotazione degli asteroidi, e individuarne dunque, le proprietà di oggetti potenzialmente pericolosi per il nostro pianeta.


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Martedì 9 Gennaio 2018 - Ultimo aggiornamento: 10-01-2018 23:03

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