Con Wilson i Beach Boys a Uj, per
celebrare un mito intramontabile

Brian Wilson
di Michele Bellucci
PERUGIA - Celebrazione doveva essere e celebrazione è stata. Sabato all'Arena oltre 2500 persone hanno cantato e danzato sulle note dell'album Pet Sounds guardando al centro del palco la figura di Brian Wilson, colui che ha influenzato buona parte della musica del Novecento con i brani scritti per i suoi Beach Boys. I settantacinque anni che ha sulle spalle pesano, soprattutto considerando aggravanti come la perdita di due giovani fratelli, gli abusi di droghe, la schizofrenia e una depressione cronica che ha caratterizzato buona parte della sua vita; nessuno è arrivato al concerto aspettandosi virtuosismi vocali o grandi performance alla tastiera, il desiderio era piuttosto poter chiudere gli occhi e sentirsi trasportati indietro nel tempo, assaporare fino in fondo i brividi che alcune geniali composizioni scritte da Wilson provocano ancora oggi, ma anche poter dire "io c'ero" consapevoli che il tempo andato non tornerà.

Per questo sul palco, insieme all'altro Beach Boys originale Al Jardine e a Blondie Chaplin (nel gruppo all'inizio degli anni '70), c'è la poderosa band dei Wondermints capitanata dal figlio di Jardine, Matt, in grado di sostenere le parti vocali più impegnative. Uno spettacolo che non può aver la pretesa di essere tecnicamente perfetto (molte composizioni della band californiana erano già difficilmente replicabili live cinque decadi fa), ma capace di suscitare emozioni e questo non è certo mancato. Del resto si tratta di un tour celebrativo, appunto, di quella "sinfonia tascabile" che è Pet Sounds pubblicata nel maggio del '66. Poco più di mezz'ora per 13 perle che le riviste "Uncut" e "Mojo" hanno messo al primo posto nella classifica degli album più belli di sempre, al secondo posto secondo "Rolling Stone". Per questo poco cambia se Brian Wilson a volte scorda le parole della canzone, altre non arriva alla nota giusta o se necessità di tastieristi aggiuntivi che coprano le sue sbavature; non importa nemmeno se a volte il suo sguardo sembra quasi assente o se sbadatamente butta un occhio all'orologio mentre sta suonando un brano. Simili cose non si perdonerebbero ad un performer, ad una rock star o anche semplicemente ad un grande cantante avviato verso il declino. Ma Wilson, restio ad esibirsi sul palco anche 50 anni fa e di certo più apprezzato come compositore che come cantante, rappresenta un'icona: andare in pensione e lasciare le scene significherebbe privare i tantissimi teenager che in tutto il mondo affollano i concerti del suo tour, come accaduto anche a Perugia, di un'esperienza trascendentale. E' la musica ad averlo salvato dal baratro, insieme alla sua seconda moglie, e una vita lontano dalla sua immensa passione probabilmente lo abbatterebbe. 

Per questo non vengono proposti brani più recenti ma solo quelli nati nell'estate "senza fine" che Wilson seppe trasformare in grande arte. Oltre alle canzoni di Pet Sounds c'è posto per Surfer girl, «è la prima canzone che ho scritto» ricorda, I get around, Don't worry baby, Darling, Salt Lake City prima del finale in crescendo con Good vibrations che richiama il pubblico sotto al palco. Con le trascinanti Barbara Ann, Surfin' U.S.A. e Fun, Fun, Fun al Santa Giuliana si accende una vera festa e spuntano sorrisi sul volto di ogni presente. Per chiudere Brian Wilson sceglie la sua Love and mercy, intenso brano del 1988 che esprime l'altra faccia della medaglia, quella malinconia che accompagna ogni cosa bella. Nel 2017 non è possibile godere di un concerto dei Beach Boys come fossimo nei gloriosi Sixties, ma è possibile arrivarci con l'immaginazione e sentirsi appagati dall'abbraccio di quello stanco signore che ha letteralmente scritto una parte fondamentale della storia della musica, un artista che ancora si nutre di quell'infinita passione e che sa ancora scuotere il suo pubblico. Nonostante tutto.
Domenica 16 Luglio 2017 - Ultimo aggiornamento: 23:15

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