Fantozzi e il dovere dei cittadini romani

di Mario Ajello
“Il voto mio non lo avrà 
mai nessuno di loro”.
@Andi_Roma

Che esagerato, Andi. Anche perché, al di là del merito dei candidati e dei partiti, vivere in pieno la giornata del voto nella Capitale è sempre stata una bella esperienza. Si fa comunità. Ci si rilassa passeggiando fino al seggio. Si ammira la bellezza della città, che nella giornata del voto rifulge di più perché si ha come la sensazione che se si vota il partito o il politico sbagliato quella bellezza può averne a soffrire. Inutile ripetere poi, con Giorgio Gaber, che “libertà è partecipazione” (e non “star sopra a un albero” o restare a casa o sacramentare contro tutto e tutti). 
Come spesso accade, sono i film a venirci in soccorso e a ricordarci chi siamo. È utile invece ricordare quella mitica scena del ragioner Fantozzi. È vittima di overdose di propaganda elettorale. Giovanni Spadolini dalla tivvu gli dice: «Tu, ragionier Ugo, devi fare i sacrifici, mentre io mi mangio una bella cotolettona». Berlinguer lo incita dallo schermo: «Finora ti hanno sfruttato tutti, ora scegli me come sfruttatore». 
Il segretario del Psdi, Pietro Longo, dalla tribuna elettorale lo avverte: «Io mi occuperò della pensione», «Grazie» (risponde lui rivolto allo schermo), «Ma che capisci, Fantozzi! Non della tua, della mia!». Ma nonostante tutto, il ragionier Ugo va al seggio a commettere il suo dovere. E così, nella giornata odierne, faranno molti cittadini romani. Per fortuna, quasi tutti.
mario.ajello@ilmessaggero.it
Domenica 4 Marzo 2018 - Ultimo aggiornamento: 00:37

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1 di 1 commenti presenti
2018-03-04 18:41:52
Una tizia è andata al seggio per dire che non avrebbe votato. Vabbeh, affari suoi, si dirà. Ha chiesto e preteso che il suo non voto venisse registrato. Cosa cambia il suo non voto? nulla credo. Personalmente, come sempre al dopo voto, sono assalita da mille dubbi a proposito della mia scelta, mentre un mio conoscente, un tantinello esaltato, mi assicurava che domani cambia tutto: non so se devo ritenere una simile frase come un auspicio positivo o come una minaccia foriera di sventura.
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