Sic transit gloria mundi

di Roberto Gervaso
Quando i giornalisti francesi vennero a conoscenza del rinato, peccaminoso sodalizio, riaffilarono le lame più velenose e le scagliarono sull'irlandese con inaudita perfidia. Constance sfogò il proprio sdegno in una lettera ultimativa a Oscar: «Ti proibisco di vivere con Douglas, quella bestia». Anche i Qweensberry insorsero, minacciando di revocare l'appannaggio al figlio degenere e recidivo. Alla fine, sia pure con il cuore straziato e il rogo nell'anima, Oscar e Bosie decisero di comune accordo di lasciarsi. Per l'irlandese il distacco fu disperato, come rivela questa lettera ai suoi editori, francese e londinese: «Sono ormai un fascio di nervi: non mangio, non dormo, vivo di sigarette Ho pensieri e passioni, ma non più la gioia di vivere. Affondo: la Morgue mi aspetta con il suo sbadiglio. Vado a contemplare il mio letto di zinco. Dopo tutto ho avuto una vita meravigliosa, che temo sia finita». Era davvero finita. E quando da Napoli s'imbarcò per Parigi, la tragedia già si avviava al mesto epilogo.

Nella Ville Lumière, dove Oscar aveva preso alloggio in una pensioncina senza pretese, ricevette la notizia della morte di Constance. Mai si era sentito così solo. Per distrarsi o, piuttosto, per stordirsi, beveva l'assenzio, bazzicava femminielli, faceva lunghe soste nei caffè bohémien. «Non posso pavoneggiarmi né ostentare si lamentava non ho soldi né abiti». Sembrava il suo cruccio maggiore, ma era una delle ultime pose, assunta per rilanciare o averne l'illusione il proprio personaggio, ormai pateticamente e inesorabilmente sconfitto. Non aveva nemmeno voglia di scrivere e questo gl'incupiva vieppiù l'umore. A fine aprile giunse a Parigi Bosie e si rividero, ma furono incontri rari, effimeri, svogliati, casti. Oscar era un relitto umano e alla sua compagnia Douglas preferiva quella di giovani travestiti che pagava senza farsi coinvolgere in tresche fatali.

Li frequentava, borsa permettendo, anche Wilde, ma erano rimasti l'ultima e unica sua evasione. Un giorno, un amico uno dei pochi rimastigli lo invitò a trascorrere una breve vacanza a Gland, sul lago di Ginevra. Wilde accettò e, in quell'occasione, passando per Genova, si recò a rendere omaggio a Constance, che vi era sepolta. Davanti alla sua tomba scoppiò in lacrime, ma quando s'imbatté in un giovane attore fiorentino non resisté alla tentazione di sedurlo e di amarlo selvaggiamente. Passarono insieme tre giorni. Poi, Oscar raggiunse Gland.
Rientrò a Parigi, dopo varie peregrinazioni da un alberghetto all'altro, scese all'Hôtel d'Alsace. Era allo stremo, la tragica ombra di se stesso. Non faceva che ripetere: «Non ho più amici, ma solo amanti». Fece un altro viaggio in Italia, stavolta in compagnia di Harold Mellor, l'anfitrione di Gland. Quindi, rimise piede a Parigi, cominciò a non sentirsi bene.

Feroci emicranie non gli davano tregua e nessuna cura si rivelava efficace. Soffriva, e i debiti esacerbavano i suoi tormenti. Ripeteva spiritosamente agli amici, delibando una coppa di champagne: Muoio come sono sempre vissuto: al di sopra dei miei mezzi.

La paura della fine, provocata forse da un attacco di meningite, acuiva le sue pene: «Non sapevo diceva che morire fosse così doloroso. Pensavo che la vita si fosse prese tutte le mie ambasce».

L'amico ed ex amante Roberto Ross scrive Richard Ellmann, il più attento e acuto dei suoi biografi, premio Pulitzer per questa ponderosa opera in un momento in cui Wilde era privo di sensi, decise di chiamare un preteChiese a Wilde se volesse vederlo e l'irlandese, non potendo parlare, alzò la mano. Padre Cuthbert Dunne gli chiese se intendesse convertirsi e Oscar ripeté il gesto d'assenso. Dunne gli impartì l'estrema unzione. Un giorno il drammaturgo aveva scritto: «Il cattolicesimo è la sola religione in cui morire». Era stato accontentato.
La mattina del 30 novembre 1900 chiuse gli occhi per sempre. Il 3 dicembre, i funerali a Saint-Germain-des-Prés. Alla cerimonia assisterà anche Bosie, giunto dalla Scozia, che si accollerà le spese delle esequie. Dietro l'altare maggiore verrà letta la messa bassa, seguita da una cinquantina di amici. Pioveva e faceva freddo. Mentre il corteo si avviava al cimitero, fu composto l'epitaffio, tratto da un versetto del libro di Giobbe: «Ai miei discorsi non oseranno aggiungere niente, e su di loro la mia parola scenderà a goccia a goccia».
Mercoledì 12 Settembre 2018 - Ultimo aggiornamento: 10:16

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