Pd e “purosangue”/ Due sinistre al bivio tra nostalgia e tutela

di Luca Ricolfi
Dev’essere un bel dilemma, quello con cui devono fare i conti il Pd e la “Sinistra Purosangue” (d’ora in poi SP), ovvero la microgalassia di sigle e gruppi che cercano di occupare lo spazio alla sinistra del Pd: Sinistra Italiana (Fratoianni), Mdp (Bersani e D’Alema), Campo progressista (Pisapia), Possibile (Civati), la sinistra “civica” del Brancaccio (Falcone e Montanari), giusto per citare i raggruppamenti di cui più si parla.
Il dilemma è questo. Se si presentano separatamente, conquistano pochissimi seggi e decretano la sconfitta della sinistra, ripetendo il copione del 2001, quando bastò la corsa solitaria di Bertinotti a spianare la strada a Berlusconi. Se si presentano alleati, conquistano più seggi, ma rendono ridicola e incomprensibile la scissione di qualche mese fa.

Personalmente penso che, alla fine, il bisogno di poltrone prevarrà, e qualche tipo di alleanza vedrà la luce. Però penso anche che non sia questo il punto. Il punto interessante sono le differenze programmatiche. Perché un eventuale programma comune potrà anche smussarle o camuffarle, ma non cancellarle. Anche se prima del voto venisse trovato un accordo, un minuto dopo le elezioni quelle differenze tornerebbero a galla. E non è neppure escluso che il Pd tenti un governo con Forza Italia, e SP, la Sinistra Purosangue, tenti un governo con i Cinque Stelle. 

Ma quali sono le differenze importanti? Sono sostanzialmente tre. Pd e SP dissentono sul Jobs Act, sulle tasse e sui migranti. Più esattamente, la Sinistra Purosangue vuole reintrodurre l’articolo 18, pensa che molti problemi si possano risolvere aumentando le tasse ai ricchi, disapprova le politiche di contenimento dei flussi migratori del ministro Minniti. E traduce queste sue critiche in una tesi politica tanto semplice quanto efficace: il Pd «non è più di sinistra».

Sul fatto che il Pd non sia un partito di sinistra, che rappresenta le istanze dei ceti popolari, sono sostanzialmente d’accordo. Lo penso anch’io, e lo penso semplicemente perché è quel che risulta dalle analisi empiriche, quando si va a vedere chi vota chi. Il Pd è sovrarappresentato fra i ceti medi e più in generale nel mondo dei garantiti, mentre i ceti bassi, ovvero il mondo degli esclusi, dei precari, e di chi è esposto ai rischi del mercato, preferiscono guardare altrove: ieri ai partiti di destra, ora anche al Movimento Cinque Stelle. Il punto, però, è che anche la Sinistra Purosangue non è radicata nei ceti popolari, ma pesca semmai fra i “ceti medi riflessivi”, impegnatissimi nelle grandi “battaglie civili”, dal divorzio all’aborto, dal testamento biologico allo Ius soli, ma lontanissimi dalla sensibilità popolare. 

Insomma, quel che voglio dire è che, se ammettiamo che una forza di sinistra deve essere capace di rappresentare almeno il nucleo delle istanze popolari, allora non sono di sinistra né il Pd né la Sinistra Purosangue, che in fondo, in un modo o nell’altro, si richiama semplicemente a quel che il Pd era prima di Renzi. La politica del Pd non è in sintonia con i ceti popolari non perché ha varato il Jobs Act, ma perché il suo atto più significativo, gli 80 euro in busta paga, ha tagliato fuori precisamente gli strati sociali più bassi: chi non ha un lavoro, e chi guadagna così poco da non poter usufruire dello sconto fiscale. La politica della Sinistra Purosangue, invece, non è in sintonia con i ceti popolari perché sul nodo scottantissimo delle politiche migratorie invoca l’esatto contrario di quel che la gente vuole, ovvero una stretta sugli ingressi irregolari in Italia.
Se una differenza politica si vuole trovare fra Pd e SP, a me sembra che la si possa descrivere così. Checché ne dica Bersani, non è il Pd di Renzi che «non è più di sinistra», visto che è almeno da vent’anni che gli eredi del Pci non rappresentano più i ceti subordinati. Quell’etichetta nostalgica, che allude ai bei tempi in cui la sinistra faceva la sinistra, si applica semmai alla Sinistra Purosangue, che si illude che basti rispolverare le vecchie ricette - più tasse, più vincoli alle imprese - per resuscitare un mondo che è definitivamente tramontato. Del Pd renziano, non direi che «non è più» di sinistra, come se prima di Renzi ancora lo fosse, ma semmai che «non è ancora» di sinistra, se essere di sinistra significa innanzitutto - oggi come ieri - promuovere l’emancipazione di chi sta in basso. Un’emancipazione che, nelle condizioni dell’Italia di oggi, a mio modesto parere significa soprattutto tre cose: mettere le imprese in condizione di creare posti di lavoro veri, fermare il declino della qualità dell’istruzione nella scuola e nell’università, fornire risposte alla domanda di sicurezza, particolarmente intensa nelle periferie e nelle realtà più degradate.

Tutti compiti per cui la sinistra non è attrezzata, ma per i quali la Sinistra Purosangue sembra esserlo ancora meno del Pd. Dalla prima, realisticamente, mi aspetto solo una cosa: nostalgia, nostalgia, nostalgia. Dal Pd mi aspetto che, finalmente, faccia una scelta: prendere sul serio la domanda di protezione, economica e sociale, che sale dai ceti popolari, o lasciare che siano solo la destra e i Cinque Stelle a farsene interpreti.
www.fondazionehume.it
Sabato 18 Novembre 2017 - Ultimo aggiornamento: 00:58

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COMMENTA LA NOTIZIA
3 di 3 commenti presenti
2017-11-18 22:42:19
Non c'è nulla da aggiungere. Analisi impeccabile. Sono d'accordo su tutto.
2017-11-18 18:06:01
Chiedo, perchè dopo qualche tempo che salì Renzi al governo si cominciò a parlare di essere di sinistra o meno. Ritengo che è ipocrita colui che si definisce di sinistra quando comincia ad abolire l'art. 18, regala alla Confindustria il jobs act e i voucher, lascia ai giovani la precarietà, elimina la tassa sulla prima abitazione, mettendo da parte il reddito di chi è proprietario, in altre parole mettendo sullo stesso piano i proprietari delle ville dell'Eur o di San Siro con coloro che sono proprietari di un appartamento in una cooperativa. Tutto ciò a scapito della sanità pubblica, in quanto le tasse provenienti da quelli immobili, viceversa potrebbero essere utilizzati per migliorare gli ospedali pubbli, anzi chè chiuderli.
2017-11-18 07:44:01
Ottima analisi. Aggiungerei, per caratterizzare meglio l'evoluzione della sinistra nelle ultime decadi, che la grande diffusione proprio a sinistra del termine "populista" per designare qualsiasi proprio avversario politico, è un segno rivelatore di questa evoluzione, dove si vuole vuole distinguere il "popolo" buono, politicamente maturo, progressista, che legge, pensa, vede film e infine vota bene, dal popolino becero vittima designata dei "populisti" che parlano alla pancia e sfruttano le "paure della gente", naturalmente immotivate in quanto nella stanza dei bottoni c'è una "forza responsabile" come il Pd. Ma magari chissà, ora si cominciano a vedere qua e là segni di resipiscenza, non certo negli intellettuali alla Scalfari, fieramente arroccati nella loro cittadella elitaria, ma in qualche ministro e parlamentare del Pd, che ha deciso che forse è scaduto il tempo delle "ampie riflessioni sul tema della sicurezza, che coinvolgano le forze migliori della società ecc. ecc." ed è l'ora di provvedimenti concreti per ridare un senso di tutela ai cittadini
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